lunedì, maggio 13, 2013

Japan 2012 Day 6 March 30 - In Kyoto

Go to English
Alla stazione di Tokyo
La sveglia e' di quelle dure: ho il treno alle 11.03 ma devo raggiungere la stazione di Tokyo e devo depositare una delle due valigie prima di partire, per cui mi avvio con grande anticipo. Ho saputo che esiste un posto che consente un deposito piu' lungo dei tre giorni consentiti dai coin lockers classici e mi metto alla ricerca: niente da fare, non riesco a trovarlo, al punto informazioni della stazione non ne sanno niente quindi mi rassegno ad andare ai coin lockers. Cerco di spiegare il mio problema (devo lasciare il bagaglio li' per quattro giorni) ad una signora delle spedizioni: lei mi dice di parlare direttamente con l'addetto, poi va a parlarci lei stessa. Insieme ci mettiamo d'accordo in qualche modo, l'addetto fa un'eccezione alla regola, si segna il numero dell'armadietto che occupo per non farlo svuotare, come succederebbe normalmente allo scadere dei tre giorni. In seguito giro per la stazione di Tokyo, compro un po' di roba da mangiare durante il viaggio e mi avvio ai binari dello Shinkansen. Viaggio su un treno serie 700 che assomiglia piu' ad un aereo, trovo il mio posto e mi accomodo sul sedile.
Appena il viaggio inizia, quasi tutti i passeggeri, incluse le due anziane signore che mi siedono accanto, tirano fuori i loro bento (cestini da pranzo) e cominciano a mangiare. Mangio anch'io mentre cerco di captare qualcosa del discorso delle due signore, il viaggio e' piacevole, sembra di star fermi se non fosse per il paesaggio fuori che cambia a gran velocita'. Ad un certo punto la carrozza si anima, il Fujisan e' in vista, qualcuno comincia a scattare foto; una madre e la figlia adolescente, sedute vicino al finestrino, si alzano e mi cedono il posto affinche' possa scattare foto anch'io. Ringrazio, riesco a scattare qualche foto anche se la montagna e' in parte avvolta dalle nubi e torno al mio posto. Dopo circa due ore di viaggio arrivo a Kyoto, ovviamente in perfetto orario. In stazione mi fermo per un momento all'ufficio informazioni turistiche per prendere una mappa che mi viene consegnata da una signora giapponese che parla inglese in perfetto accento britannico (!)
Il tempio Hongwanji
E' circa l'una quando mi avvio per raggiungere la Tomato Guest House dove ho prenotato: quando ci arrivo, dopo una mezz'ora, scopro che non posso fare il check-in prima delle 16 perche' non c'e' nessuno. Poco male, non sono affatto stanco e, trolley al seguito, faccio un primo giro per Kyoto. La sensazione che mi da' e' che sia completamente diversa da Tokyo: e' una citta', a prima vista, infinitamente piu' tranquilla e silenziosa anche perche' e' molto piu' piccola, come mi rendo conto guardando la mappa. Resto in giro per un po', visitando il tempio Hongwanji e facendo anche un giretto veloce in un parco che si chiama Umekoji (che mi era stato consigliato dalle signore che avevo incontrato all'auto-tennis, il giorno precedente) e poi torno alla guesthouse per il check-in.
Il ragazzo che mi accoglie mi chiede in un discreto inglese di compilare un modulo e di leggere le regole da rispettare: tra queste, mi colpisce quella che prega di astenersi dagli schiamazzi notturni che e' conclusa da un laconico "This is Kyoto city" ("Questa e' la citta' di Kyoto"); della serie, non siamo mica a Tokyo! Conclusa l'accettazione il ragazzo, dopo avermi chiesto di togliere le scarpe e indossare le pantofole messe a disposizione all'ingresso, mi mostra la camera che dividero' con altri tre ospiti: la camera sembra pulita ma c'e' una gran "puzza di maschi" per cui lascio il mio trolley, apro la finestra ed esco di nuovo.
Il Kamogawa
Mi incammino verso nord, cercando di farmi un'idea della citta', arrivo fino al castello Nijo che, data l'ora, e' in chiusura e poi mi dirigo verso il parco imperiale che, al suo interno, include il palazzo imperiale. Il posto e' bellissimo, sia dal punto di vista della vegetazione che dal punto di vista architettonico; purtroppo i viali sono ricoperti di brecciolino per cui non e' un luogo adatto alla tappa di Kyoto di A-run-a-town. Esco poi dal lato opposto del parco e vado verso il fiume: lo raggiungo proprio dove i due affluenti si riuniscono a formare il Kamogawa e scopro che, dal ponte su cui sono, si puo' scendere sull'argine destro (lato ovest). E' amore a prima vista, si tratta di una specie di parco fluviale dove gli abitanti si riuniscono per i motivi piu' disparati: un signore su una panchina suona, all'armonica, l'Aria sulla quarta corda di Bach, un ragazzo in uniforme da baseball corre seguito in bicicletta da una ragazza in divisa scolastica che lo incita (scene da manga), diverse coppiette si stringono mentre siedono sull'argine con le gambe penzoloni. Lo spettacolo piu' bello lo offrono le locande in stile tradizionale che affacciano sul fiume: una di esse, non so perche', mi ricorda il film "La citta' incantata" di Miyazaki ma, onestamente, non so piu' dove guardare; Kyoto, col suo fascino, ci ha messo poche ore a conquistarmi.
Lungo la riva del fiume
Decido di comprare un bento ad un combini e mangiarlo sulla riva del fiume: il programma si rivela piu' difficile del previsto, i combini non li trovi mai quando li cerchi ma, alla fine, riesco nel mio intento e mi godo la cena mentre ammiro lo spettacolo di Kyoto che pian piano viene avvolta dai colori caldi del tramonto e poi dall'oscurita'. Dopo cena passeggio ancora sull'argine fin quando e' praticabile e poi torno alla guest house dove faccio la conoscenza dei miei compagni di camera: c'e' un francese poliglotta, un ingegnere cinese ed un monaco buddista giapponese che, seduto a gambe incrociate sul suo futon, risponde alla mia presentazione giungendo le mani e chinando il capo mentre a me sembra di sentire un gong ("Sono le nove e tutto va beeeeene")...ma forse e' solo la mia immaginazione. La camera ha due futon a terra, occupati dal francese e dal monaco, piu' due a castello uno dei quali vado ad occupare io. Faccio una doccia nel bagno comune e poi torno in camera dove chiacchiero per un bel po' coi miei compagni discutendo le previsioni del tempo, che danno pioggia per il giorno dopo e cosa poter visitare considerando il tempo probabilmente inclemente.


At the Tokyo station
The rise is a hard one: my train departs at 11.03 but I have to reach Tokyo station and store one of my suitcases before boarding, so I leave early. On the internet, I discovered that there's a place allowing to deposit baggage for longer than the three days of a normal coin locker so I look for it: no luck, I can't find it, at the station's information point they don't know anything about it so I quit and head to the coin lockers. I try to explain my need (store my suitcase for four days) to a lady working on shipments: she suggests me to talk directly to the clerk but then she comes with me. Together we come to the solution, the guy makes an exception to the rule, takes note of the locker number I choose so to avoid it to be emptied at the end of day three, as would normally be. Then I tour Tokyo station for a while, buy some food to eat during the trip and head to the Shinkansen platform. I board a series 700 train that looks more like a plane, find my seat and relax.
As soon as the train starts to move, almost all passengers, including the two lively aged ladies sitting beside me, unpack their bentos (lunch boxes) and enjoy their meal. I eat my food as well trying to capture something of the conversation the two ladies are having, the trip is pleasant, I almost don't feel the train moving except for landscape outside changing very fast. At one point, the car livens up, Fujisan is on sight, someone starts to take photos; a mother and her teen daughter, sitting beside a window, stand up to let me shoot too. I thank them and manage to take some pictures even if the mountain is partially wrapped up in clouds, then go back to my seat. In about two hours I get to Kyoto, on time needless to say. At the station, I stop at the tourist information point to get a map that I receive from a japanese lady speaking english with a perfect british accent (!)
The Hongwanji temple
It's a little after 1 p.m. when I leave the station to get to the Tomato Guest House where I booked: when I get there, half an hour later, I find out I cannot check in before 4 p.m. because there's nobody at the reception. No problem, I'm not really tired and, carrying my trolley, do a first tour of Kyoto. I get a feeling that Tokyo is long away: at first sight, it's a far more quiet and silent city also because it's a lot smaller as I figure out looking at the map. I wander for a while, visiting the Hongwanji temple and getting a first sight of the Umekoji park (that one of the ladies I met at the auto-tennis recommended me to see) then I go back to the guesthouse to check in. The guy greeting me in asks me, in a decent english, to fill out a form and read the rules to abide by: among them, one requesting to avoid noises at night is closed by a laconic "This is Kyoto city"; so to say, we're not in Tokyo, don't be mistaken! After checking in, the guy asks me to remove my shoes and wear the slippers provided at the doorway and then shows me the room I'll share with three other guests: it looks quite clean but there's a distinctive "stench of guys" inside so I put down my trolley, open the window and head out again.
The Kamogawa
I walk north trying to figure out the city, reach the Nijo castle that it's closing just then and head to the imperial garden that surrounds the imperial palace. The place is amazing both from the vegetation and architectural point of view; the alleys, thought, are covered by gravel making them not suitable for the Kyoto stage of the A-run-a-town world tour. I then walk out at the opposite side of the park and to the river: I reach it right where the two affluents join to form the Kamogawa and find out that, from the bridge I stand on, I can go down on the right (west) bank. It's love at first sight, it's kind of a riverside park where residents come for the most varied reasons: a man on a bench plays the Air on the G string on the harmonica, a boy in a baseball suit runs followed by a bicycling girl in school uniform inciting him (a manga scene), a number of couples cuddle while sitting on the river bank legs hanging loose. The most beautiful sight are the traditional style inns overlooking onto the river: one of them, don't know why, reminds me of the "Spirited away" movie by Miyazaki but, honestly, I don't even know where to turn; Kyoto, with its charm, had me within a few hours.
Along the river bank
I decide to buy a bento at a combini to eat on the river bank: the plan is harder to execute than expected, you're not likely to find a combini if you're looking for it but, in the end, I'm sitting there dining while enjoying Kyoto getting slowly covered by the warm colours of sunset and then by darkness. After dinner, I keep on walking south on the bank until it's accessible and then go back to the guest house where I meet my roommates: there's a french polyglot, a chinese engineer and a japanese buddhist monk that, sitting crosslegged on his futon, replies to my introduction by joining hands and hanging his head briefly while a gong rings in the distance ("It's nine 'o clock and everything's fiiiine")...perhaps, it's just my imagination. The room has two futon on the ground, taken by the french guy and the monk, and two bunk futon one of which I take. I shower in the shared bathroom and then go back to the room where I chat for quite a long time with my roommates discussing the rain forecasts for next day and what could possibly be worth visiting given the probably bad weather.

venerdì, febbraio 15, 2013

Japan 2012 Day 5 March 29 - Takadanobaba, Sugamo, Ueno

Go to English
Il programma della mattinata prevede un giretto all'auto-tennis: si tratta di posti analoghi ai batting center per il baseball, solo applicati al tennis, appunto. In pratica, per ogni postazione, c'e' un rettangolo di gioco in miniatura con una macchina sparapalle all'estremita' che puo' essere regolata in vari modi (velocita', direzione, spin) in modo da permetterti di praticare i colpi (guardate il video). Il tutto a 300 yen per circa 60 palline.
A Tokyo ne ho provati due nei viaggi passati, uno a Todoroki (ora demolito) e uno a Waseda ma quest'anno ho trovato anche un posto a Takadanobaba, piuttosto vicino ad Ikebukuro, da poter usare. Si tratta del Citizen Plaza, un complesso sportivo che ospita una pista di pattinaggio sul ghiaccio, tavoli da ping pong, piste da bowling e 4 campi da tennis piu' 2 auto-tennis. Arrivo, chiedo informazioni e mi mandano sul tetto al quarto piano dove effettivamente trovo i quattro campi occupati da lezioni di tennis collettive e i due auto-tennis occupati anch'essi da una signora che si esercita al servizio e due ragazzini che si divertono. La madre di uno di loro mi parla in inglese e mi invita a provare, chiedendo al figlio di aiutarmi. Mi accorgo che il figlio e' un hafu e parla inglese fluentemente. Chiacchierando con la madre scopro che il marito e' neozelandese ed appassionato di tennis e che e' sempre in cerca di compagni. Gli dico del perche' sono in Giappone e cerco di spiegare perche' mi piace tanto, senza molto successo visto che non lo so neanch'io. Nel farlo, dimostro di conoscere diverse cose della cultura giapponese e la signora si rammarica del fatto che, invece, il figlio non ne sappia nulla visto che va ad una scuola internazionale. Poi il discorso si sposta sulla politica e scopro che, proprio come noi, i giapponesi non hanno molta fiducia nei loro politici. Infine, parlando di terremoti e tsunami viene fuori il concetto tutto giapponese dello "Shikata ga nai" (piu' o meno "Non ci si puo' fare nulla"): loro sono perfettamente coscienti del fatto che una catastrofe possa colpirli da un momento all'altro e sanno anche che c'e' ben poco che possano fare. Mi racconta che, quando c'e' stato il terremoto dell'11 Marzo loro sono andati a stare ad Osaka presso dei parenti (visto che la scuola internazionale del figlio era rimasta chiusa per mancanza di insegnanti stranieri, fuggiti piu' ad ovest o fuori dal paese) e avrebbero voluto che anche altri parenti di Tokyo li seguissero. Loro pero' hanno rifiutato, i figli dovevano andare a scuola regolarmente e, soprattutto, quella era la loro terra non c'era nulla che potessero fare. Mi dice che un giapponese non ha un posto dove scappare, mentre un residente straniero ha comunque una scelta. Manco a farlo apposta, mentre parlo con lei sento che il palazzo ondeggia e l'equilibrio mi manca: penso ad un terremoto ma nessuno fa una piega, i ragazzini continuano a giocare, negli altri campi le lezioni continuano regolarmente e la signora non sembra accorgersene nemmeno. Cosi', non dico nulla neanch'io, aspetto che passi e addirittura faccio un altro giro all'auto-tennis. Poi le signore ed i ragazzini vanno via, non prima di esserci scambiati i biglietti da visita, e io torno ad Ikebukuro.
Un tizio ed il suo ramen, nel 2008
Decido di mangiare del ramen e mi infilo in una dei tanti locali che uniscono antico e moderno come solo Tokyo sa fare: una bottega in legno, con la lanterna rossa all'esterno insieme ad una macchinetta dove inserire i soldi e premere il bottone corrispondente alla pietanza illustrata che vuoi mangiare. La macchina emette un bigliettino che l'avventore, appena si libera un posto a sedere, consegna alla cameriera. Decido per un ramen con carne, compro il bigliettino e aspetto: neanche cinque minuti e la cameriera mi fa accomodare al banco, mi chiede cosa voglio come side (scelgo il riso) e mi porta acqua con ghiaccio. Mentre aspetto osservo i ragazzi, tutti giovanissimi, che preparano a poca distanza da me; mi viene in mente il film "The ramen girl" guardando i loro gesti veloci e i loro sguardi attenti. Il mio ramen arriva ed e' una delizia: il brodo e' denso e gustosissimo, la carne e' tenera e i tagliolini ottimi. Mentre mangio, di nascosto spio i commensali giapponesi che mi siedono ai lati; ne studio i movimenti, ammirando la loro maestria con le bacchette e ascolto il concertino di rumori che fanno mentre succhiano letteralmente ogni boccone. Qualcuno mi ha detto che lo fanno sia per raffreddare il brodo bollente (io, da buon italiano, ci soffio sopra) che per mostrare apprezzamento per la pietanza. Finisco di mangiare, rivolgo un "Gochisousama deshita!" ("E' stata una vera delizia!") ai cuochi ricevendo in risposta un coro di "Arigatou gozaimashita!" ("Mille grazie!") e mi avvio all'albergo. Tornato in stanza mi assale una stanchezza notevole per cui declino l'invito di Giulia e mi stendo un po' sul letto.
Vista di Ueno, nel 2010
Dopo un paio d'ore risorgo, decido di andare a vedere l'Arakawa (uno dei fiumi che bagna Tokyo) per cui prendo la Yamanote e scendo a Sugamo con l'idea di passeggiare verso l'argine. Purtroppo, una volta sceso dal treno non riesco ad orientarmi: non c'e' nessuna mappa da consultare (di solito ce ne sono, all'uscita delle stazioni e lungo le strade principali) e mi maledico per aver dimenticato in Italia tutte le mappe e la guida Lonely Planet. Pertanto rinuncio, riprendo il treno e scendo a Ueno; conosco il parco ed i dintorni piuttosto bene ed ho bellissimi ricordi legati a questo quartiere per cui mi godo la passeggiata osservando i boccioli dei fiori di ciliegio che si fanno aspettare e i gruppi di giapponesi che, incuranti della scarsa fioritura, fanno baldoria seduti sui teli blu. Dopo la passeggiata ritorno in stazione a Ueno, devo prenotare il posto a sedere sullo Shinkansen che mi portera' a Kyoto, l'indomani. Mi avvio in un "Midori no madoguchi" ("Sportello verde") e chiedo di prenotare: questa volta la ragazza mi parla in giapponese per tutto il tempo; me la cavo, lei mi dice che non ci sono posti finestrino disponibili sul treno che ho scelto e alla fine mi consegna il biglietto con orario del treno (11.03) e posto a sedere. Il tutto senza pagare uno yen visto che il prezzo della prenotazione e' incluso nel Japan Rail Pass. In serata riprendo il treno e me ne vado a Shibuya a cena; questa sera sono solo ma, come al solito, non mi annoio, anzi. Adoro girare per il quartiere, non mi stanco mai di osservare l'eterno struscio, i ragazzi trendy che cercano di abbordare le ragazze dalle mise piu' improbabili e appariscenti, i salarymen che escono dal lavoro e vanno a bere, le mille luci delle insegne, i jingle ossessivi delle pubblicita' mandate a rotazione sui megaschermi. Decido di cenare al TGIF, una catena americana di locali dove si mangiano hamburger, principalmente. Dentro, si respira un'atmosfera, manco a dirlo, piu' americana: c'e' un casino incredibile se comparato con i locali di cucina giapponese, c'e' la partita di calcio sul megaschermo, musica rock diffusa ad alto volume e i gruppi di ragazzi e ragazze fanno una gran caciara. Mentre mangio, le cameriere si riuniscono attorno ad un tavolo con tamburelli e percussioni e intonano "Happy Birthday" per una ragazza che festeggia il compleanno. Lei spegne le candeline su una torta minuscola. Torno in albergo presto, ho da fare le valigie; non ho nessuna voglia di partire per Kyoto, sento di non aver fatto ancora nulla del milione di cose che voglio fare. Devo andare, pero', ho prenotato il treno e l'ostello e, comunque, tornero' presto.


Plans for the morning include going to an auto-tennis: these are places similar to batting centers for baseball, save for the fact you play tennis (strange, uh?) Every station features a miniature tennis court and, at one end, a ball machine that can be set to vary speed, direction and spin of the ball in order to let you practice your shots (see video). It's 300 yen for approximately 60 balls.
In Tokyo, I tried two of them in past visits, one in Todoroki (now demolished) and one in Waseda but this time I found a place in Takadanobaba, quite near Ikebukuro, that I can use. It's the Citizen Plaza, a sport complex with an ice rink, ping pong tables, bowling and 4 tennis courts plus 2 auto-tennis. I get there, ask for information and they point me to the roof of the four storied building where indeed I find the courts full of people taking lessons and the auto-tennis both busy with a lady practicing serves and two young kids having fun. A lady sitting outside, one of the kids' mother, talks to me in english and invites me to try, asking her son to help me. I realize that the boy is an hafu and speaks fluent english. Chatting with his mother I find out that her husband is from New Zealand and a tennis fan, always looking for partners. I tell her about my stay in Japan and try to explain why I like it so much with little success, as I don't really know the reason myself. While talking, I show my knowledge of some of the japanese customs and the lady regrets that her son, on the contrary, knows very little about them as he attends an international school. Then we shift to politics and I find out that japanese people, just like us italians, don't trust their politicians all that much. In the end, talking about earthquakes and tsunamis, the all japanese concept of "Shikata ga nai" ("It can be helped", more or less) pops out: they are perfectly aware that a natural disaster could strike any minute and they are also perfectly aware that there's very little thay can do. She tells me that, when the earthquake in March, 11th hit Tokyo, they went to stay in Osaka with some relatives of theirs (as the international school was closed because all the foreign teachers had fled west or out of the country) and they had wanted other relatives in Tokyo to come along too. They refused, however, their kids had to go to school normally and, more than anything else, that was their own ground and home and there was nothing they could do. She tells me that japanese people have nowhere to run while foreign residents have a choice, in any case. Oddly enough, whike talking to her, I feel the building swaying and my balance acting awkward: I think of an earthquake but nobody else notices, kids play on, in the tennis courts lessons go on too and the lady doesn't even raise an eyebrow. So I don't say nothing, either, I wait for it to stop and even take another round at auto-tennis. Then ladies and kids go away, not before trading business cards, and I go back to Ikebukuro.
A guy with his ramen, in 2008
I want ramen so I get in one of the many places joining vintage and modern, Tokyo style: a wooden shop with a red lantern outside together with a machine where you insert money and press the button showing a picture of what you want to eat. The machine prints a ticket that the customer, as soon as a seat is free, gives to the waitress. I settle for a meat ramen, buy the ticket and wait: less than five minutes after the waitress takes me to my seat while asking me about the side I want (I choose rice) and bringing me ice water. While waiting, I look at the guys, all very young, cooking at a short distance from me; the movie "The ramen girl" instantly comes to my mind spying on their quick actions and concentrated looks. My ramen finally comes and it's heaven: the broth is thick and tasty, the meat is soft and the noodles are delicious. While eating, I peek at the japanese tablemates sitting at my sides; I study their gestures, admiring their prowess with chopsticks and listen to the concert of noises they produce while they literally suck every morsel. Someone told me they do that both to cool down the hot broth (while I, being italian, just blow on it) and to show appreciation for the food. I finish my ramen, direct a "Gochisousama deshita!" ("It was delicious!") to the cooks getting a choir of "Arigatou gozaimashita!" ("Many thanks!") in response and head to the hotel. As soon as I get in the room I get weary so I decline Giulia's invitation and hit the bed.
A view of Ueno, in 2010
Two hours later I'm revived, I decide to go see Arakawa (one of Tokyo rivers) so I hop on the Yamanote and get off at Sugamo planning to walk to the river bank. Unfortunately, getting out of the station I'm not able to orient myself: there's no map to refer to (usually there are many, outside the stations and in the main streets), I curse myself for forgetting in Italy all my maps and the Lonely Planet guide. So I quit, go back to the train and get to Ueno; I know the park and its surroundings quite well and hold special memories about this neighbourhood so I enjoy the walk watching the cherry blossoms still waited for and groups of japanese people reveling on blue ground cloths, careless of the delaying bloom. After the walk I go back to Ueno station, I have to book the seat on the Shinkansen that will take me to Kyoto, tomorrow. I get into a "Midori no madoguchi" ("Green counter") and ask to book a seat: this time, the girl speaks japanese all the while; I come off somehow, she tells me that there are no available window seats on the train I chose and gives me a ticket with departure time (11.03) and seat number printed on. All free, as booking price is included in the Japan Rail Pass. In the evening I take the train again and go to dinner in Shibuya; tonight I'm alone but, as usual, I'm not bored, quite the opposite. I love walking around the district, I never get tired of watching the restless crowd, trendy guys trying to approach girls clad in the latest and gaudiest dresses, salarymen getting out of work and heading to drink, the signs lit by a thousand lights, the obsessing jingles in heavy rotation on the big screens. I go to TGIF for dinner, an american chain serving hamburgers, mainly. Inside, needless to say, everything is more american: a whole lot of noise compared to japanese food restaurants, a soccer game on the big screen, rock music blasting from the loudspeakers and groups of boys and girls having fun. While I eat, waitress gather around a table with tambourines and percussion and sing "Happy Birthday" for a girl celebrating hers. She blows on the candles on a miniature cake. I go back to the hotel early, got to pack; I'm not really willing to leave for Kyoto, I feel I haven't done anything of the million things I want to do. I have to go, nonetheless, I've booked the train and the hostel and I'll be back soon, anyway.